Parrocchia di Santa Maria Assunta, Riva del Garda, sec. XII - ( sec. XII - )

Parrocchia di Santa Maria Assunta, Riva del Garda, sec. XII -

Parrocchia di Santa Maria Assunta

Pieve di Riva

ente

93003120222

sec. XII -

Come centro di aggregazione ecclesiastico Riva ha origini molto antiche: si tratta infatti di una pieve che per tradizione viene considerata 'ab immemorabili'. Essa è anche una delle pievi di cui si hanno notizie relativamente remote: risale infatti al 1106 un documento, conservato nell'archivio comunale della città, col quale un certo Severto dona alla chiesa di Santa Maria sette ulivi alla presenza dell'arciprete Grimoaldo, dei preti Alberico, Magino, Erso e degli altri 'ordinarii' (1). L'atto è importante perché attesta l'esistenza di una chiesa dedicata a Santa Maria, officiata da un arciprete che aveva presso di sè o alle sue dipendenze un collegio clericale. Ed è probabile che Riva fin dagli inizi del XII secolo fosse una 'collegiata', istituzione che in quel periodo nella diocesi di Trento era abbastanza diffusa: oltre a Riva erano infatti collegiate Arco, Nago, Tione, Denno, Lomaso, Tenno, Banale, Torra, Sarnonico, Lizzana, Fiemme e Bolzano (2). I sacerdoti professavano una vita in comune, officiavano quotidianamente nella parrocchiale e per quanto riguardava gli affari ecclesiastici "formavano una specie d'unione o società fra se stessi, costituiti con ciò a foggia di corpo morale (...) l'arciprete amministrava la sostanza beneficiale colla partecipazione dei canonici, e nissuna alienazione era valida se non fosse seguita col loro pieno consenso" (3). Quest'ultima affermazione è convalidata dai numerosi atti pergamenacei presenti nell'archivio comunale di Riva risalenti al XII e XIII secolo che attestano compravendite o azioni intraprese dall'arciprete con il consenso dei suoi 'confratres'. La pieve era anche una delle più ricche della parte italiana della diocesi, nel 1309 godeva di una rendita annua di 26 marche (4).
Non si conoscono l'epoca e la causa dello scioglimento del collegio di Riva, tuttavia il fenomeno si può collocare verso la metà del Trecento: "nel 1344 Riva, Arco e Bolzano erano le chiese alle quali le costituzioni sinodali richiedevano (almeno in determinate feste) una liturgia particolarmente solenne, cum ministris diacono et subdiacono" (5). L'istituzione ha seguito le sorti di quasi tutte le collegiate trentine, poiché solo quelle di Arco e di Bolzano si sono mantenute attraverso i secoli.
Dal punto di vista politico Riva, dopo alterne vicende che la videro passare dal dominio del Principato vescovile di Trento ai Visconti di Milano e occupata dai conti del Tirolo, dal 1440 venne incamerata tra le terre della diocesi di Trento soggette al dominio veneto. Così nella prima metà del Quattrocento fu al senato veneto che la comunità di Riva si rivolse al fine di impedire l'elezione di sacerdoti stranieri per non pregiudicare gli interessi religiosi del paese: il 23 settembre 1443 il doge Francesco Foscari ordinava che da quel momento in poi non si dovesse eleggere un prete che non fosse, sotto ogni riguardo, bene accetto alla comunità (6).
Nell'ottobre 1521, in seguito a decreto dell'imperatore Carlo V, si restituiva il dominio politico di Riva al principe vescovo di Trento sotto il quale rimase fino alla secolarizzazione del Principato.
Pochi anni più tardi, nel 1537, il vescovo Bernardo Cles intraprese la sua prima visita pastorale nelle parrocchie della diocesi recandosi anche a Riva. Erano presenti numerosi sacerdoti stabili presso la parrocchia: si trovavano, oltre al rettore don Antonio Piccoli, il vicepievano don Giacomo Allegri da Riva (che versava al rettore come pensione 68 ragnesi all'anno), il cappellano don Nicolò, il cappellano dell'altare di San Giacomo nella chiesa parrocchiale don Giovanni Giacomo, il cappellano dell'altare della Beata Vergine Maria nella parrocchiale don Sigismondo, l'organista e cappellano dell'altare di Sant'Antonio don Raphael, il cappellano dell'altare dei Disciplinati don "Cultrinus" (7). I visitatori però vennero a conoscenza di dissapori e "malevolenze" tra i suddetti sacerdoti: li convocarono riprendendoli e ordinando loro di appianare le discordie per il bene della parrocchia. In quell'occasione vennero ricevuti anche i sindaci della città di Riva che esposero i conti dei legati pii da loro amministrati. In quel periodo erano sotto il controllo dell'arciprete altre chiese: fuori da Riva la chiesa di San Nicolò presso il lago di Garda, la chiesa di Sant'Alessandro dove si trovava un eremita, la chiesa dei Santi Cassiano e Ippolito, la chiesa dei Santi Fabiano e Sebastiano e Pietro, la chiesa campestre di San Giorgio e la chiesa di San Tommaso (8).
Nella visita successiva effettuata nel 1579 si annotò che l'arciprete Nicolò de Pretis aveva sotto di sé i seguenti sacerdoti: Giovanni Andrea Bornico, beneficiato della comunità di Riva con l'obbligo della messa quotidiana, Pietro Sacco, cappellano con l'obbligo della celebrazione quotidiana all'altare del Corpus Domini, Francesco Cattanei da Brescia, cappellano (9). L'arciprete aveva a disposizione per il suo mantenimento due benefici, entrate in natura e in denaro oltre ai proventi di stola; di contro doveva mantenere un cappellano, pagare una pensione di scudi 100 e le steore. Il beneficio parrocchiale possedeva inoltre la canonica.
Tra le uscite dell'arciprete nel 1655 erano comprese anche le spese per le cere, per i padri predicatori, per il vino, per l'olio della lampada, la distribuzione dell'incenso a Natale, l'offerta di un pasto alla festa della Madonna in agosto, il sussidio caritativo e il pagamento di spese straordinarie. Il tutto veniva calcolato in 400 fiorini (10). L'arciprete Giovanni Battista Salvadori lamentava quindi che, se si aggiungevano a questi fiorini le spese per il proprio mantenimento, le entrate del beneficio, ammontanti a 500 fiorini circa, non erano sufficienti.
Nel 1671 assieme all'arciprete si trovavano altri 14 sacerdoti tra cooperatori, cappellani e beneficiati (11). Le cappellanie fondate nella chiesa parrocchiale erano numerose: due all'altare maggiore, due all'altare di San Giovanni, una all'altare di Sant'Antonio, una all'altare di San Marco evangelista, una all'altare di Santa Lucia, tre all'altare della Beata Vergine del Suffragio, due all'altare di Sant'Andrea. Le chiese e le cappelle della pieve erano: la chiesa di San Giuseppe "sive Pietatis" con ospedale annesso e la chiesa di San Rocco in città, nei dintorni le chiese della Beata Maria "chiamata del Perdono" e dei Santi Ippolito e Cassiano, le cappelle di San Bartolomeo, di San Alessandro, di San Nicolò, della Beata Vergine Maria e San Michele, di San Sebastiano. C'erano poi le cappelle "sui monti": quelle di San Giovanni, di San Brizio vescovo, di Santa Maria Maddalena, di San Martino e di San Rocco ai Campi.
Nella parrocchiale erano fondate le confraternite del Santissimo Sacramento, della Beata Vergine del Suffragio, di Sant'Antonio abbate, nella chiesa di San Giuseppe quella della Discipina, nella chiesa di San Rocco quella di San Rocco, nella chiesa di San Francesco dei padri conventuali quelle del Rosario e dell'Immacolata Concezione, nella chiesa dell'Inviolata quella dei Cinturati di Sant'Agostino e nella chiesa di San Giuseppe quella della Beata Vergine del Carmelo. Questo elenco dà un'idea precisa della devozione dei fedeli di Riva e della capillarità della presenza di sacerdoti nel territorio nella seconda metà del Seicento.
Durante la visita del 1750 era arciprete don Giovanni Alessio Zambotti investito con bolla pontificia nel 1730. Le entrate della pieve in quel periodo consistevano in quarte di decime, in censi, in livelli e in fondi e ammontavano a circa 1200 fiorini, contro una spesa complessiva di 600 fiorini (12). Lo Zambotti aveva la responsabilità della cura d'anime che amministrava con l'aiuto di un cappellano, confessava, portava il Viatico, visitava gli infermi, insegnava la dottrina cristiana.
Nel 1848 l'Ordinariato concede a Riva un secondo cooperatore da mantenersi con le rendite delle soppresse confraternite della Buona Morte e di Sant'Antonio.
Nel 1854 fu richiesta la facoltà di poter dare in perpetuo al parroco di Riva il titolo di 'arciprete'. Il podestà scrisse al vescovo di Trento portando come prova gli atti conservati nell'archivio comunale comprovanti che tale titolo spettava al sacerdote da molto tempo (dall'atto in pergamena del 4 dicembre 1189 con cui l'arciprete Romano concedeva un livello fino a quello del 21 novembre 1743 con il quale tale dignità veniva riconosciuta a Giovanni Alessio Zambotti dal vescovo di Trento) (13). Nel 1890 papa Leone XIII concesse all'arciprete pro tempore di Riva il diritto di portare gli orli della veste talare, il fiocchetto e il collare di colore violaceo.
La prima guerra mondiale lasciò dietro di sé rovina e distruzione, materiali e spirituali, e fu in questo clima che nel 1919 giunse a Riva don Enrico Paolazzi, che resse la parrocchia fino al 1948. L'opera di ricostruzione fu vasta, per cui egli si attivò principalmente nel campo dell'assistenza ai bisognosi e ai sofferenti; promosse inoltre il risveglio dell'associazionismo con l'Azione cattolica, lo scoutismo (nasce a Riva il primo gruppo scout della Diocesi) e l'oratorio.
Nel 1948 la Sacra Congregazione del Concilio conferì all'arciprete pro tempore di Riva il titolo onorifico di 'protonotario apostolico' che aveva precedentemente concesso a don Enrico Paolazzi ad personam; questo avvenne in seguito alla rinuncia da parte del Comune del diritto di dare il beneplacito sulla designazione dei sacerdoti usufruttuari di benefici esistenti nel Comune (un diritto che aveva solo valore storico poiché in pratica era diventata una pura formalità).
Riva è sede del decanato di Riva e Ledro.
Due chiese filiali della pieve di Riva si trovavano nel territorio della città: le chiese di San Alessandro e di San Giuseppe, altre due erano invece nei paesi di Campi, la chiesa di San Rocco, e di Varone, la chiesa dell'Annunciazione. Queste cure divennero indipendenti con l'elevazione a parrocchie tra il 1952 e il 1961.

In applicazione della legge n. 222 del 20 maggio 1985 e in seguito ai DD.MM. del 21 marzo 1986 e 30 dicembre 1986 (pubblicato quest'ultimo sulla Gazzetta ufficiale il 24.01.1987), a decorrere dal 24 gennaio 1987 la Parrocchia di Santa Maria Assunta di Riva del Garda è stata dichiarata Persona Giuridica Privata (Tribunale di Trento, Registro Persone Giuridiche n. 458).

ELENCO ARCIPRETI DI RIVA (14)
1106 Grimoaldo
1186 Calonico
1189 Romano
1212 magister Caxoto
1220-1229 Rainardo
1236-1251 Calapino
1262-1273 Antonio
1279-1282 Giacomo
1283-1314 Marco
1314-1319 Aldebrando
1319 Enrico da Milano
1323-1327 Corrado
1331-1350 Bernardo Giovanni
1393 Antonio fu Giovannino da Biella
1418 Giovanni de Isnina
1434-1443 Giovanni Tanner
1443-1446 Angelo Negri da Venezia
1447 Alberto
1459-1463 Vigilio de Turchitis
1463-1499 Apollonio da Parma
1499 Antonio da Ledro
1521 Giacomo Caratoni da Boiacco - vice pievano -
1537 Antonio Piccoli
1564 Pietro Riccamboni - vice pievano -
1579-1580 Nicolò de Pretis
1580-1598 Giovanni Battista Peschera
1598-1617 Giovanni Battista Benamati
1618-1630 Donato Gierardi
1630-1657 Giovanni Battista Salvadori
1657-1686 Girolamo Balduini
1686-1713 Francesco Antonio Balduini
1713-1717 Cristoforo Sizzo
1717-1727 Carlo de Levri d'Hasfeld
1728-1730 vicari parrocchiali
1730-1788 Alessio Zambotti
1789-1808 Francesco Antonio Fiorio
1809-1833 Filippo Visintainer di Löwenberg
1833-1836 Gregorio Flammacini
1836-1869 Giuseppe Riolfatti
1870-1877 Giuseppe Ciolli
1877-1893 Tommaso Torresani
1893-1910 Giacinto Maffei
1910-1914 Marino Zambiasi
1915-1918 Giuseppe Pedrotti
1919-1948 Enrico Paolazzi
1949-1971 Giuseppe Bartoli
1971-1986 Vito Libera
1986-2000 Dario Pret
2000- Giovanni Binda

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ente della chiesa cattolica

ente ecclesiastico civilmente riconosciuto

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Le chiese esistenti sul territorio con origini più antiche vengono denominate pievi ("pluif" in celtico, "plou" in bretone, "plêf" in ladino-friulano, "plaif" in engadinese, "ploâh" in ladino della Val di Non). L'origine del termine, lungi dall'essere stato studiato nella sua complessità, è però molto difficile da definire. L'esigenza di garantire al popolo cristiano e in special modo a coloro che vivevano lontano dalle sedi vescovili quell'insieme di servizi sacramentali e pastorali che va sotto il termine generico di "cura d'anime" rese presto necessario l'invio di ecclesiastici nella campagne per annunciare il Vangelo anche lontano dalle mura cittadine (15). In Occidente ciò accadde a partire dalla seconda metà del IV secolo. Buona parte della storiografia chiama "pievi" i centri di cura d'anime sorti nel territorio extraurbano fin dal IV-V secolo ma è solo a partire dall'VIII secolo che il termine "plebs" cominciò a significare non solo la comunità cristiana ma anche il territorio in cui tale comunità risiedeva e l'edificio sacro al quale essa faceva riferimento. A una stabile suddivisione territoriale delle diocesi in circoscrizioni minori si giunse con la legislazione carolingia all'inizio del IX secolo. Questa estese anche all'Italia centro-settentrionale le norme che rendevano obbligatorio il pagamento della decima e precisò che gli introiti provenienti da tale pagamento dovevano essere destinati solo alle chiese battesimali. "Nacque in questo modo il "sistema" pievano, nel quale la realtà vivente (l'insieme del clero e del "popolo di Dio"), la realtà di pietra (il complesso degli edifici) e la realtà giurisdizionale (l'ambito territoriale di esercizio della giurisdizione spirituale, dal quale l'ente otteneva anche il suo sostentamento) assumevano significativamente lo stesso nome: plebs, pieve" (16). Da questo momento si viene a creare una completa ripartizione del territorio diocesano in distretti ecclesiastici minori, che riproducevano strutture civili preesistenti o rispettavano determinati confini naturali. In seguito i mutamenti demografici spinsero alla formazione di nuove pievi, ma il "sistema pievano" non fu per questo scardinato mantenendosi stabile fino alla fine del XIII secolo. Non è possibile attestare, dall'esame dei documenti pervenuti, se nel territorio trentino prima del 1000 il termine pieve fosse utilizzato nell'accezione sopra descritta (cioè indicante la triplice realtà istituzionale, edilizia e territoriale), per questo è necessario rivolgersi a fonti del XII secolo. Se ci si limita a prendere in considerazione le 68 circoscrizioni pievane della diocesi di Trento esistenti alla fine del XIII secolo si scopre che ben 33 di esse sono attestate prima del 1200 e altre 25 compaiono nella prima metà del XIII secolo (17).

Il termine "parrocchia" (18) deriva dal greco e indica, dal punto di vista etimologico, una qualsiasi circoscrizione territoriale. Nei primi secoli della cristianità fino al basso medioevo il termine venne adottato per indicare le ripartizioni dei territori diocesani in circoscrizioni minori, fenomeno nato in conseguenza del moltiplicarsi nelle diocesi di nuove chiese sotto la spinta delle crescenti esigenze dei fedeli. La consacrazione definitiva del "sistema parrocchiale" si ebbe con il Concilio di Trento che, sulla base della precedente normativa pontificia e conciliare, dettò una nuova e completa disciplina della struttura della Chiesa. I legislatori del Concilio prescrissero che, per la più efficace tutela della cura delle anime affidate ai vescovi, il "populus fidelium" si dovesse distinguere in parrocchie proprie con confini determinati e che a ciascuna di esse venisse assegnato un sacerdote che vi risiedesse, soltanto dal quale i fedeli potevano ricevere i Sacramenti (Sess. XXIV, cap. 13). Si ordinò così che venissero erette parrocchie in tutti i luoghi in cui esse non esistevano e si stabilirono delle norme per assicurare ai parroci un reddito minimo. Il parroco si impegnava a risiedere nel luogo assegnatogli, ad approfondire la conoscenza della comunità dei fedeli attraverso la compilazione e l'accurata custodia dei libri parrocchiali e a partecipare alle adunanze vicariali. I principi enunciati dal Concilio di Trento e successivamente ribaditi nella normativa pontificia sono stati accolti e sintetizzati nel testo del Codice di diritto canonico del 1917. Il can. 216 §1 dispone che il territorio di ogni diocesi debba essere diviso in "distinctas partes territoriales", a ciascuna delle quali "sua peculiaris ecclesia cum populo determinato est assignanda suusque peculiaris rector, tamquam proprius eiusdem pastor, est praeficiendus pro necessaria animarum cura". L'istituzione parrocchiale dunque risulta costituita, oltre che dall'elemento territoriale, da altri tre elementi: un determinato "popolo", una peculiare "chiesa" e un "pastor". Il Codice di diritto canonico del 1983 ha riconosciuto la personalità giuridica della parrocchia espressamente concepita come "Communitas Christifidelium" (CIC 1983, can. 515 §3). Tale riforma è stata recepita sia nell'accordo tra Stato e Chiesa (legge 121/1985) sia nelle disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici (legge 222/1985); le diocesi e le parrocchie acquistano la personalità giuridica civile dalla data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto del Ministero dell'interno che conferisce loro la qualifica di "ente ecclesiastico civilmente riconosciuto".

Il decanato è un'istituzione intermedia tra la parrocchia e la diocesi ed è in qualche modo erede dell'antica pieve. Il termine 'decano' è documentato per la prima volta nel 1208, al tempo del sinodo diocesano del vescovo Federico Vanga, ma tale figura non appariva ben delineata, nè tanto meno i suoi compiti. Il titolo di decano venne attribuito al sacerdote che era preposto ad un raggruppamento di parrocchie rurali, detto anche vicario foraneo, che rappresentava l'anello di congiunzione tra parroci e vescovo. Nel sec. XV i 'decani rurali' erano gli accusatori pubblici degli 'excessus' dei chierici nel loro territorio e, per quanto di competenza del foro ecclesiastico, anche dei laici. Nel sinodo del 1489 (vescovo Udalrico Frundsberg) ricevettero il mandato esplicito di vigilare sull'applicazione dei decreti sinodali e di cooperare a rendere più duraturo il frutto della visita diocesana. Di regola l'ufficio di decano veniva affidato a uno dei pievani residenti nel distretto ma non era legato ad una determinata parrocchia; veniva conferito con apposito decreto vescovile, registrato nel libro delle investiture e corredato da un elenco dei compiti e delle attribuzioni. Nelle "Costituzioni sinodali" di Ludovico Madruzzo del 1593, cap. XXXIX, vengono descritti la figura del decano e il suo ufficio.Solo a partire dalla fine del secolo XVIII fino ai primi decenni del secolo seguente, sotto la spinta organizzativa dei vari governi, si vennero delineando i decanati con sede fissa e circoscrizione ben delimitata. ll numero dei decanati nella diocesi di Trento fu di 35 per tutto il secolo XIX, variando nel corso del XX secolo da 39 a 49. I principali compiti del decano, stabiliti da speciali provvedimenti dell'Ordinariato, riguardavano la disciplina del clero, le feste e i riti sacri, il decoro delle chiese e delle suppellettili, l'osservanza sia delle disposizioni vescovili sia di quelle diramate dall'autorità politica. I rapporti con le chiese 'soggette al decanato' erano mantenuti tramite le 'visite' che il decano doveva svolgere sul territorio decanale almeno una volta all'anno. Le visite che si svolgevano nelle varie chiese del distretto erano molto simili alle visite vescovili ed erano volte a verificare lo stato conservativo degli edifici di culto, delle sacrestie, delle canoniche e dei cimiteri, le condizioni religiose della popolazione, i resoconti, la tenuta degli archivi, ecc. Al termine della visita veniva trasmessa una relazione all'Ordinariato. Il decano, come previsto dal regolamento politico per le scuole elementari delle province austriache pubblicato l'11 agosto 1805 (19), rivestiva anche il ruolo di ispettore scolastico distrettuale. Tale regolamento riservava alla chiesa la sorveglianza scolastica, l'approvazione dei programmi e dei libri di testo, la proposta dei maestri definitivi, la nomina degli assistenti e dei supplenti. Il decano, in veste di ispettore scolastico, aveva inoltre poteri di sorveglianza e controllo immediati sulle scuole, egli, entro il mese di novembre di ogni anno, era tenuto a consegnare al "Concistoro" (20) una relazione dettagliata sulla situazione delle scuole del suo distretto. Con la legge n. 48 del 25 maggio 1868 nuove disposizioni in materia scolastica sottrassero alla Chiesa il potere che fino ad allora aveva mantenuto trasferendolo allo Stato. Con ordinanza ministeriale del 10 febbraio 1869 n. 19 le attribuzioni in campo scolastico affidate all'Ordinariato vescovile passarono all'autorità politica provinciale e quelle affidate agli ispettori ecclesiastici distrettuali alle autorità politiche distrettuali.In occasione delle visite scolastiche annuali venivano consegnate al decano le copie delle matricole (copie esatte dei registri anagrafici di ogni parrocchia soggetta al decanato).

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Chiesa

Diocesi di Trento
Decanato di Riva e Ledro

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(1) Cfr. il regesto in CASETTI A., Guida storico-archivistica del Trentino, Trento, 1961, p. 612 e CURZEL E., Le pievi trentine. Trasformazioni e continuità nell'organizzazione territoriale della cura d'anime dalle origine al XIII secolo (studio introduttivo e schede), Bologna, 1999, pp. 140-142.
(2) Cfr. ZANOLINI P., Memorie storiche sulla chiesa e sugli arcipreti di Riva, IN "Il Sommolago", anno VII, n. 1, aprile 1990, p. 14.
(3) Ibidem.
(4) Cfr. CURZEL E., op. cit., p. 142.
(5) Ibidem.
(6) Cfr. ZANOLINI P., op. cit., p. 51 (il documento si trova nell'archivio comunale di Riva).
(7) Cfr. ADT, Atti visitali, n. 1 (1537), pp. 42-46.
(8) Ibidem.
(9) Ibidem, n. 6 (1579), cc. 1-4.
(10) Ibidem, n. 28 (1708), c. 330.
(11) Ibidem, n. 21 (1671), cc. 15-17.
(12) Ibidem, n. 53 (1750), c. 197.
(13) Ibidem, Parrocchie e curazie, 144 n. 3/g.
(14) L'elenco, con alcune integrazioni, è tratto da ZANOLINI P., op. cit., pp. 36-65.
(15) Cfr. CURZEL E., op. cit., p.5 e segg. Si rimanda alla ricca bibliografia contenuta nel volume.
(16) Ibidem, p. 7.
(17) Ibidem, p. 29 e tabelle riprodotte.
(18) Le presenti notizie informative sono da ritenersi generali e non esaustive. Per un approfondimento e una bibliografia articolata si rimanda alla voce corrispondente dell'Enciclopedia del diritto, Giuffré, Varese, 1958-1995
(19) Cfr. Gli archivi delle scuole elementari trentine: censimento descrittivo, a cura di R. G. ARCAINI, P.A.T., Servizio beni librari e archivistici, Trento, 2003, pp. XXXIII e segg. e Per una storia della scuola elementare trentina. Alfabetizzazione ed istruzione dal Concilio di Trento ai giorni nostri, a cura di Q. ANTONELLI, Trento, 1998.
(20) Organo vescovile composto da tutti i decani in qualità di ispettori scolastici (consiglieri concistoriali) e presieduto dal "sommo scolastico"; era preposto al controllo e alla sorveglianza su tutte le scuole della diocesi, fissava le modalità di insegnamento delle materie e stabiliva le norme circa la moralità dei maestri e degli alunni.

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La scheda è stata compilata secondo le regole di descrizione di "Sistema informativo degli archivi storici del Trentino. Manuale-guida per l'inserimento dei dati", Trento, 2006.

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ADT, Atti visitali
ADT, Parrocchie e curazie

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Legge 20 maggio 1985, n. 222, "Disposizioni sugli enti ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi"

Decreto Ministeriale 30 dicembre 1986, Conferimento della qualifica di ente ecclesiastico civilmente riconosciuto all'Istituto per il sostentamento del clero nella diocesi di Trento ed alle quattrocentocinquantasei parrocchie costituite nella stessa diocesi. Perdita della personalità giuridica civile da parte di millecentonovantuno enti beneficiali e di quattrocentoquarantadue chiese parrocchiali, tutti della sopraddetta diocesi di Trento

Denominazione Estremi cronologici
Comune di Riva del Garda
Denominazione Estremi cronologici
Ufficio parrocchiale di Santa Maria Assunta in Riva del Garda
Denominazione Estremi cronologici
Chiesa di Santa Maria Assunta
Curazia di San Rocco