Venezia e le sue interpretazioni fra arte, cinema e fotografia

Progetto Wedgwood. II. Venezia

Incontri e convegni , Corso

Venezia: la capitale di un impero informale, la Serenissima per i più, la Dominante per i suoi sudditi. Oggi la città, che è un simbolo della civiltà nel Mediterraneo e una delle scenografie più straordinarie al mondo, vive isolata dentro la Laguna, che è un posto magnifico già di suo.

Natura e artificio competono sul piano rappresentativo: ma chi conosce Venezia si chiede spesso se quello attuale è il modo giusto.

Centinaia di migliaia di turisti e di persone vi approdano ogni giorno: scivolano via sulla sua memoria, sulla sua realtà ancora stratificata di storia e di arte, anche se molto è andato perso.

Si calcola che solo nel XIX secolo sia stato svenduto come souvenir più del 90 % di tutti i suoi capolavori, malgrado gli sforzi di Antonio Canova e del direttore dell’Accademia di allora, Leopoldo Cicognara. Poi le si mossero intorno altri interessi, tanto grandi da sgretolare qualsiasi cosa.

Guardando oltre i riflessi più contemporanei, Venezia è stata a lungo il nodo di scambio tra la cultura tedesca e italiana, slava e ottomana (Augusta, Roma il Quarnero e Istanbul), il vero e proprio epicentro di una bussola ideale fra est e ovest, nord e sud.

Esistono una Venezia che è anche boema, una da cui riecheggiano suoni orientali, una che si prepara a Lepanto, una che si riflette sui pendii dei monti nell’entroterra e che ne viene alimentata per tramite dei suoi fiumi. Il Portello padovano, la chiusa di Perarolo, la Riviera a Bassano sono solo alcune prove di quel rapporto.

La natura della città lagunare si caratterizza per un pensiero lineare e concreto, ispirato fortemente da una antichissima comunità giudaica: ne sono figli ideali i personaggi di William Shakespeare.

Ma anche la scrittura di Goldoni e - di riflesso - lo spirito inquieto di un figlio lontano, Ugo Foscolo, che giganteggia dopo il declino della città. Il riferimento ai suoi Sepolcri da parte di Canova va molto oltre la figura retorica della citazione.

Eredità inattese si trovano in Hugo Pratt, nelle divagazioni filmiche di un Tinto Brass prima maniera e neorealista (Il lavoro è perduto, 1963), nei volti veneziani più veri di fine Novecento.

Trent’anni fa si stava già speculando da tempo su vecchie acque alte e flussi immaginari. Ma qualche testimone del rapporto fra le persone e i luoghi c’era ancora.


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