L'alba del giorno dopo
L'immagine del disastro
Usa, 2004
Titolo originale: The day after tomorrow
Genere: Fantascienza
Durata: 125'
Regia: Roland Emmerich
Cast: Dennis Quaid, Jake Gyllenhaal, Sela Ward, Ian Holm, Emmy Rossum
Sito ufficiale: www.thedayaftertomorrow.com
Il globo si surriscalda e i ghiacci improvvisamente si sciolgono. La successiva glaciazione mette in ginocchio gli Stati Uniti. Un gruppo di sopravvissuti cerca rifugio nella biblioteca pubblica di New York.
La più riuscita versione contemporanea del film catastrofico, costruito sugli effetti speciali digitali e concentrato sugli allarmi ecologisti. Lindustria culturale hollywoodiana riesce a visualizzare lincubo della vulnerabilità del mondo con uninnegabile forza espressiva.
Un domani senza dopodomani
di Dario Zonta
Qualcuno avrà notato per le strade i cartelloni di un nuovo film con l'immagine della Statua della Libertà sommersa fin quasi alla corona in un mare di ghiaccio, e in lontananza New York schiaffeggiata fin sulle cime dei grattacieli da onde di neve rese azzurre da un'aurora glaciale. Il titolo a grandi lettere urla: "The Day After Tomorrow", o meglio "L'alba del giorno dopo". Se la «semiotica» della cartellonistica ha un senso, è facile interpretarne il messaggio: il cuore degli Stati Uniti congelato da una devastazione ecologica. È questo il tema dell'ultimo film di Roland Emmerich, che aggiorna "Indipendence Days" alla catastrofe ambientalista.
Agli occhi di cinefili e appassionati il suddetto cartellone cinepubblicitario offre ulteriori «segni». La torcia della Libertà sommersa dagli elementi (la sabbia del deserto) ricorre in un altro famoso film fantapolitico: "Il pianeta delle scimmie" di Schaffner. Quella visione della sconfitta umana appare a Charlton Heston (attore feticcio nel ruolo postatomico, catastrofista, aeroportuale...) alla fine di una fuga e all'inizio di un nuovo incubo: la consapevolezza della fine del mondo. Ma ancora, il The Day After Tomorrow del titolo ricorda il suo gemello (senza domani): ovvero "The Day After" di Nicholas Meyer, che nel 1983 visualizzò il giorno dopo la devastazione nucleare.
È in questi ambiti, tra terrore atomico e fallimento dell'umanità che si muove il film di Emmerich. Siamo nel cuore del filone catastrofista, aggiornato ai temi dell'ambientalismo. Se degli anni ottanta era il terrore nucleare, del duemila è quello ambientale, ovvero l'apocalisse dovuta all'insipiente abuso delle risorse e dei limiti del pianeta Terra. Il film immagina il paradossale processo meteorologico, scientificamente studiato e previsto, dell'effetto serra: la glaciazione. La fantascienza è solo nell'accelerazione di questo processo (che avviene in una settimana, ops!).
Le calotte polari si fondono, l'acqua dolce si immette nei mari e converte la corrente atlantica modificando il clima del Nord del mondo, il quale verrà stretto in una morsa di ghiaccio. Con i mirabolanti effetti della computer grafica Emmerich ricrea con smaccato realismo. Ed è puro divertimento goderselo al calduccio di una sala pre-estiva. Ma, e qui viene il bello, con rapidi cenni il film alza lo sguardo e dalle alte vette del genere catastrofista (unico, insieme a quello fantascientifico, che si può interrogare sul destino dell'umanità e sui massimi sistemi, qui interpretati dalle conseguenze globali del consumo occidentale) guarda il nord del mondo «dopodomani» (traduzione letterale del titolo): gli americani che, per salvarsi dalla furia degli elementi, emigrano in massa verso il Centro America; il Messico che chiude le frontiere per eccesso di immigrati «illegali» yankee; il vicepresidente degli Stati Uniti costretto a chiedere scusa al mondo per non aver sottoscritto gli accordi di Kyoto sull'ambiente (e questa sì che è fantascienza, altro che la glaciazione) e ad annullare il debito dei paesi latino americani per permettere che gli statunitensi siano accolti; la città di New York invasa da un'onda d'acqua (o di polvere), ma questo è già ieri. La morale è chiara. Solo che ora suona ancora più minacciosa, perché si connette, in maniera sotterranea, con gli umori di un millenarismo tonto e a scoppio ritardato, che intuisce oggi una minaccia di ieri, che avverte il domani che non avrà un dopodomani.
(da "L'Unità", 28 maggio 2004)