La mia vita nel Gulag. Memorie da Vorkuta 1945-1956 di Anna Szyszko-Grzywacz
Intervengono Francesca Gori e Barbara Grzywacz. Introduce Fernando Orlandi
“Vorkutlag”, Vorkuta, nella Repubblica di Komi, è stata una delle tante isole dello sterminato arcipelago del Gulag sovietico, questa all’interno dell’inospitale Circolo polare artico. Vorkutlag sorge nel nulla all’inizio degli anni trenta. I prigionieri sono stati portati per scavare il carbone. Ma anche a costruire le baracche che li ospitano. E poi a costruire la linea ferroviaria che deve connettere Vorkuta con il resto dell’Unione Sovietica. Nel 1936 edificano l’insediamento civile di Vorkuta, che nel novembre 1943 riceve lo statuto di città. Nel momento di sua massima espansione Vorkutlag era composto da 132 lager. Nel 1950 raccoglieva circa 75mila prigionieri.
Negli anni di Nikita Khrushchev, dopo la morte di Stalin, si smantella gran parte del Gulag. La prima ondata di liberazione dei prigionieri è del 1953, ma Vorkuta continua ad operare fino al 1962.
Chiude Vorkuta, ma qualche mese prima è inaugurato a Kharp, nell’Okrug autonomo Yamalo-Nenets, sempre nel Circolo polare artico, quello che conosciamo come IK-3, una colonia correttiva di massima sicurezza, oggi isola del Servizio penitenziario della Russia di Vladimir Putin, dove è stato imprigionato, e assassinato il 16 febbraio 2024, Aleksei Naval’nyi.
Quello di Naval’nyi è stato un lungo viaggio fino alla sperduta colonia di massima sicurezza dove gli verrà rubata la vita: Vladimir, Mosca, Chelyabinsk, Ekaterinburg, e poi Vorkuta, prima della sua destinazione davvero finale.
Anna Szyszko viene arrestata nel 1945, a soli 22 anni: è una staffetta dell’AK, Armia Krajowa, l’esercito clandestino che ha combattuto gli invasori del suo paese, nazisti e comunisti, che la Polonia nell’agosto del 1939, con il cosiddetto Patto Molotov-Ribbentrop se l’erano spartita. Anche quella fu una “operazione speciale”, proprio come è stata chiamata l’attuale guerra di aggressione russa all’Ucraina.
Dapprima imprigionata nel carcere Lukiškės di Vilna (oggi Vilnius, capitale della Lituania), e poi trasferita nelle famigerate prigioni di Mosca: prima la Lubyanka e poi Butyrka. Condannata a 20 anni è inviata a Vorkuta. Lunghi anni che la segnano nel corpo e nell’anima. Condizioni disumane di prigionia in condizioni climatiche proibitive per il freddo polare (fino a meno 40 gradi). E condizioni igienico-sanitarie animalesche (“Eravamo letteralmente ricoperte di sporcizia”: le persone si lavavano con la neve, mentre la sporcizia generale attirava insetti, cimici e pidocchi). E una perdurante sottoalimentazione a dispetto del lavoro pesante a cui era costretta: “minestra” annacquata, una fetta di pane e un po’ di kasha di avena, con la pula. Qualche volta un pezzo di patata avariata o una puzzolente testa di pesce. I prigionieri non erano solo ridotti a bestie da soma, ma vivevano una vera e propria schiavitù. E in ogni momento si cercava di privarli anche della loro dignità.
Il libro di memorie di Anna Szyszko che viene presentato a Trento è un diario intimo e struggente che, con un linguaggio semplice e diretto, restituisce l'orrore quotidiano e la brutalità del sistema concentrazionario sovietico. Allo stesso tempo ci offre uno spaccato emozionante di speranza e resistenza, al femminile. Ci dice della solidarietà e della forza che si creava tra le prigioniere. L’amicizia si trasformava in una forma di resistenza, in un atto di sopravvivenza che sfidava l’annientamento quotidiano.
La memorialistica del Gulag è stata soprattutto maschile, e le donne troppo spesso sono rimaste invisibili. Anna Szyszko, invece, ci offre questa prospettiva, aprendoci una finestra per vedere cosa è stato il Gulag per loro.
Costrette agli stessi duri lavori degli uomini, in aggiunta esperivano uno sfruttamento sessuale, esposte continuamente a violenze fisiche, morali e psicologiche. C’erano le donne che le violenze sessuali le subivano. Da parte dei loro carcerieri ma la minaccia maggiore veniva dai propri compagni di sventura: “c’erano detenuti che stavano in carcere fin dall’infanzia... non avevano mai avuto contatto con le femmine. Non appena potevano, cercavano di avere rapporti e, appena c’era l’occasione, si sfogavano come conigli alla presenza degli altri detenuti”. Quindi le gravidanze. Quindi i figli che non avrebbero dovuto esserci.
C’era la violenza sessuale subita. Ma c’era anche l’utilizzo del sesso come strumento di sopravvivenza: dal trovarsi un “marito” per ricevere la sua protezione all’ottenere un lavoro negli uffici, privilegi e cibo. E chi lo utilizzava per ritagliarsi spazi sottratti al controllo dello stato.
Anna Szyszko è rilasciata il 7 ottobre del 1956 e il 24 novembre rientra in Polonia. Nel 1957 sposa Bernard Grzywacz, pure lui militante della resistenza polacca ed ex prigioniero di Vorkuta. Per anni Anna era riuscita a mantenere una corrispondenza clandestina con Bernard.
Anna Szyszko-Grzywacz muore a Varsavia il 2 agosto 2023, all’età di 100 anni
L’incontro-dibattito può anche essere seguito on-line sulla piattaforma Zoom al seguente link:
https://us02web.zoom.us/j/83008261955
L’evento è riconosciuto come attività di aggiornamento per il personale docente della scuola trentina.