Trentino Cultura

La tartaruga rossa

di Michaël Dudok de Wit

Ci sono film che fanno urlare: “Riaprite i cinema! Ne abbiamo bisogno!”

L’esperienza emotiva che si prova guardando nel piccolo schermo “La tartaruga rossa” è così profonda che non si riesce a non pensare a quello che sarebbe stato immersi in una grande e buia sala cinematografica. L’attesa, la coda al botteghino, i brevi discorsi prima che luci si spengano, i titoli che incominciano a scorre e finalmente l’inizio ... la visione immersiva … le riflessioni finali quando si ascoltano anche le mezze frasi degli sconosciuti all’uscita … Che sogno!

Fin da subito si è a fianco del protagonista: non si sa cosa l’abbia portato violentemente su un’isola deserta, così verdeggiante quanto isolata da ogni segno di civiltà. E siamo subito in una prospettiva archetipica: una persona in un luogo sconosciuto e isolato da tutto, un nuovo Robinson Crusoe. Di quest’uomo non si conosce nulla, solo che è solo, di mezza età e che vuole ritornare ostinatamente da dove è venuto. Corre da una parte all’altra dell’isola, esplora ogni anfratto, non per conoscerne l’aspetto naturale ma per trovare una via di fuga. E la trova: costruisce con alti e resistenti tronchi di giunco una grande zattera. La vela, maestra, è fatta con un sapiente incastro di fronde. Con forza la spinge in mare: tutto funziona! Si ritorna a casa! Troppo semplice per essere vero. Qualcosa di grande abbatte la piattaforma della zattera e il naufrago torna all’isola deserta. Ci riprova un’altra volta e un’altra ancora, finché scopre che è il carapace di una enorme tartaruga rossa che distrugge le sue intenzioni di fuga. È una lotta tra due esseri viventi che si squadrano, si girano attorno, si misurano. L’uomo ha il sopravvento e con violenza uccide quell’animale che non gli aveva offerto la via del ritorno. L’abbandono della tartaruga sulla spiaggia, sotto il cielo di stelle e il caldo del sole, è una delle scene che tiene legato lo spettatore allo schermo (anche se piccolo). E qui è come se finisse un primo tempo, quello della ricerca del ritorno ‘a come era prima’. Da quel momento in poi, tutto è poesia, reale o magica, ognuno potrà deciderlo, certo che l’onirico si insinua nelle immagini e lo spettatore non riesce più capire in che situazione si trova: il naufrago si ricrea una vita, trovando una compagna, creando una famiglia? Oppure è tutto un sogno? Il suo desiderio di riscatto dal gesto compiuto contro la natura lo fa approdare in un mondo fantastico? Il suo bisogno di relazioni umane lo porta a costruirsi una realtà effimera tutta sua? I piani si confondono, ma la vita scorre, l’amore genera un figlio, il figlio cresce e adolescente se ne va, mentre i capelli dei genitori diventano sempre più bianchi. E il tempo è il cardine sul quale si struttura l’intera narrazione, almeno in linea superficiale: quanto tempo il naufrago è rimasto sull’isola non è dato sapere. Giorni? Mesi? Anni? Forse, tutto è plausibile. In fondo, non è rilevante perché quello che scopre di sé lo accompagnerà per sempre.

La tartaruga rossa del registra olandese Michaël Dudok de Wit è una visione senza parole di un uomo immerso nella vegetazione lussureggiante di un’isola deserta e contemporaneamente una rappresentazione della natura dell’uomo immerso in una desolante solitudine. Due piani che si confondono: naturale e umano. Il loro confine a volte sembra inesistente altre invece evidentissimo. Realtà e sogno. Umano e naturale. Coppie di opposti che si intrecciano, giocano con i pensieri dello spettatore e ad un certo punto più nulla sembra così rilevante se non la poesia delle immagini magicamente connesse ad una colonna sonora struggente creata da Laurent Perez del Mar. La musica e l’assenza di dialoghi portano lo spettatore a domandarsi se e quanto rimaniamo esseri umani nel momento in cui si annulla la relazione con l’altro, chiunque sia. Cosa definisce la natura umana? Il suo esistere, a priori, o il suo essere in dialogo con i simili che aiutano a comporre la personale identità di ciascuno? Quanto è difficile stare in compagnia della propria solitudine? E soprattutto: è possibile vivere da soli? Mistero!

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Spesso, le inquadrature sono dall’alto verso il basso quasi a rimarcare quanto l’uomo sia piccolo in confronto alla natura selvaggia e selvatica. Pochissimi sono i primi piani così come le riprese ravvicinate. I volti si vedono di rado. Le parole sono isolatissime. Invece sono descritti i corpi che ‘abitano’ questo paesaggio verde, il loro muoversi, concitato, su e giù per lo spazio dell’isola sempre alla ricerca di qualcosa oppure chiusi, in brevi momenti di pausa, in posizione fetale, per dormire in quel sonno ristoratore che tutto, forse, può cambiare.

Anche se il lungometraggio, il primo di Michaël Dudot de Wit, è una co-produzione dello Studio Ghibli, lo stile del disegno e dell’atmosfera narrativa è pienamente europeo, francese in particolare, nel quale si preferisce l’assenza dei dialoghi per una supremazia dell’espressività delle immagini. Anche la tecnica utilizzata è europea: tavole realizzate a mano ad acquerello e carboncino con innesti di penna grafica per animare la zattera o la tartaruga rossa. Ma sono proprio queste visioni ‘artigianali’, manufatti, che dialogo con lo spettatore per trascinarlo con suoni e rumori nel mondo del naufrago, nel suo bisogno di ‘ritorno’, di amore, di coraggio di osare ma anche di arrendersi quando si evince l’impossibilità di cambiare le cose. La poetica del regista olandese è chiara; lo era fin dal cortometraggio Father and Daughter nel quale l’attesa, la costruzione della propria vita, la ricerca di affetto sono già presenti con una struggente storia di aspettative e speranze. Su tutto aleggia una sorta di mistero, come se fosse impossibile trovare delle risposte certe alla vita, come se fosse difficile sentire che si sta percorrendo la strada giusta. È necessario provare, aspettare, provare e aspettare ancora. Tanto che è l’atmosfera di sospensione ciò che rimane e che percorre le corde vocali dell’anima dello spettatore lasciando una eco profonda.

parte di: ANIMA

02/03/2021